Nanochemistry Camp, a Iseo la terza edizione: 35 giovani scienziati da 21 Paesi con un Premio Nobel.
Cinque borse di studio e sei poster premiati nel segno della Fondazione Alessandra Bono.
Dal 19 al 26 settembre il Campeggio del Sole di Iseo si è trasformato nuovamente in un'aula internazionale di chimica e fisica.
La terza edizione del Nanochemistry Camp ha riunito 35 giovani scienziati provenienti da 21 Paesi, a lezione con un corpo docenti di chiara fama guidato dal Premio Nobel per la Chimica 2016 Jean-Pierre Sauvage, professore emerito dell'Università di Strasburgo.
La scuola è promossa dalla Fondazione I.S.E.O., che ne cura l'intera organizzazione, mentre all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e all'Università degli Studi di Brescia spetta il coordinamento scientifico.
Accanto a Sauvage hanno insegnato Timothy Craggs (Università di Sheffield), Silvia Giordani (Dublin City University), Oldamur Hollóczki (Università di Debrecen), Aitor Mugarza Ezpeleta (Institut Català de Nanociència i Nanotecnologia), Gianfranco Pacchioni (Università di Milano-Bicocca), María Sancho Albero (Università di Saragozza) e Barbara Hissa, editrice del Beilstein Journal of Nanotechnology.
Per la Fondazione Alessandra Bono, che sostiene il Camp fin dalla prima edizione, il 2026 ha portato una novità: le borse di studio, di norma tre, sono state cinque. Sono andate a:
Patrycja Kolbusz (AGH University of Krakow),
Chelsea Ladouceur (University of Calgary),
Kik Marais (Scuola Normale Superiore di Pisa),
Giuseppe Nunziata (Politecnico di Milano) e
Lorenzo Zarini (Università degli Studi di Brescia): quattro nazionalità, dal primo anno di dottorato al postdoc.
Momento centrale della settimana è stata la Poster Session, in cui ogni partecipante ha presentato il proprio lavoro a una commissione internazionale.
Il "Fondazione Alessandra Bono Best Poster Award" è andato a sei ricerche molto diverse tra loro. Narzaya Ganbat, originaria della Mongolia, misura la forza di un pistone molecolare.
Patricia Jiménez Hernández sviluppa sensori luminosi per i gas inquinanti.
Mothusi Molebatsi, dal Botswana, trasforma fibre di agave in nanocellulosa che nei test ha rimosso oltre il 90% del rame dall'acqua.
Kobe Peeters, della KU Leuven, progetta superfici che distinguono le molecole "destre" da quelle "sinistre".
Cristina Sánchez Carrizo concentra la luce di un laser in un solo punto per innescare, dal centro di sferoidi tumorali 3D, una reazione a catena di morte cellulare.
Riccardo Ossanna lavora a nanoparticelle marcate con coloranti nel vicino infrarosso, pensate per essere osservate con tecniche non invasive e portare la chemioterapia soltanto al tumore.
Dalla Mongolia al Botswana, dal Canada alla Polonia, dal Sudafrica a Brescia: per otto giorni, a Iseo, anche quest'anno le distanze si sono accorciate. I giovani scienziati hanno portato con sé domande piccolissime, come la forza di un pistone molecolare o la "mano" di una molecola, e la pazienza di chi sa che le risposte arrivano un passo alla volta. È da questo tipo di lavoro che possono nascere le terapie e le tecnologie di domani, e la Fondazione Alessandra Bono continuerà a sostenere chi le costruisce.





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